La città e il cinema

Francesco Tassara. “Ho conosciuto Massimiliano, fondatore di Made in La Spezia, e chiacchierato con lui, da un gommista, luogo forse non convenzionale, ma che importa?, anzi. Ci siamo trovati lì, entrambi soffocati da mille faccende, e, in quel momento, quello è stato il luogo in cui incontrarsi unendo l’utile al dilettevole. Mi ha chiesto di scrivere qualche riga per Made in La Spezia, perché, mi ha detto, “anche tu sei made in La Spezia”. Ed eccomi qui, volentieri, a raccontare una storia. Sono contento di esserci incontrati, e sono contento che sia avvenuto in un posto insolito, perché secondo me una città, e in questo caso La Spezia, non è solo le sue principali vie adibite a salotto, o i confortevoli caffè del centro; una città è l’insieme delle sue svariate realtà, dalle anonime periferie alle piazze più famose. Come mai questo pensiero?, e cosa può aver a che fare con La Spezia? Mi piace il cinema, da sempre, e sono cresciuto con l’idea che potesse salvarmi – e con esso tutte le forme d’arte connesse: la letteratura, la fotografia, la pittura… un ideale insieme accomunato da un unico denominatore: la fantasia. Ho perciò sempre cercato, tentando, fallendo, ritentando, reinventando, fermandomi e ripartendo, di far sì che la fantasia mi accompagnasse nel mio personale percorso di vita, lavorativo e umano. Ho sempre giocato, in solitudine. Da bambino mi perdevo a guardare fuori dalla finestra mentre la maestra spiegava. A casa mi divertivo a inventare mondi che traducevo su carta, disegnando o inventando storielle. Sono andato avanti, tra dolori, aspettative, traguardi e le comuni tappe che capitano ad ognuno. Ho finito la scuola e l’università, e, anche dopo la laurea, ho continuato a giocare; non ho mai smesso. Ho capito che una cosa che sapevo far bene, forse l’unica, era inventare. Da giovanissimi si è ambiziosi, si ha voglia di conquistare il mondo, e mi sono detto che, per poterlo fare, dovevo andare via. Andare via dalla Spezia, una città che vedevo grigia, vuota, indifferente, ignorante, volgare e insensibile. Avevo spiacevoli ricordi in ogni dove – storie di “vuoto”, di inconcludenza. Poi è avvenuta la magia, o l’inizio di una lenta maturazione che credo e spero non finirà mai, che duri fino all’ultimo giorno di vita, perché non si finisce mai di imparare: ho capito che tutto quello che mi circondava, e quindi la città dov’ero nato, fosse il background su cui iniziare a investire, e non da disprezzare, come ormai pare che sia di moda fare. Ho un po’ ragionato, e fatto il punto della situazione. Quali erano le mie potenzialità? Una videocamera, una macchina fotografica, e tanta fantasia al pari di curiosità e desiderio di riscatto. Dovevo abbandonare la cupezza e tradurla in risorsa, così come, da piccolino, da un’esperienza, positiva o meno che fosse, ne traevo fogli e fogli zeppi di segni e parole. Dicono che alla Spezia non c’è mai niente? Bene, facciamo qualcosa invece che unirmi al coro dei lamenti. La gente si rintana in casa poco dopo il tramonto? Bene, scenderò in strada col buio e fotograferò la bellezze delle strade deserte, così, se ci riesco, magari anche con le imperfezioni del caso, dato che nessuno mai mi ha insegnato come farlo, può esser che qualcuno inizi ad uscire per ammirarle. C’è un’atmosfera cupa e opaca da città portuale? Bene, penso a Bergman, che da un’atmosfera simile ha tratto un capolavoro di film che si chiama appunto “Città portuale”. La gente è chiusa e imbronciata? La fotograferò e intervisterò, creando reportage, così magari avrà occasione, anche indirettamente, di conoscersi. Con un po’ di timore e timidezza ho iniziato a far tutto ciò, pensandolo come tentativo, senza particolari aspettative, giusto per vedere se poteva funzionare. Risposte me ne sono arrivate, poi qualche apprezzamento che negli anni mi ha dato stimolo per continuare (pochi, ma quei pochi da persone verso cui avevo fiducia – Critiche molte, ma da persone aride). Un fatto curioso è stato che altri e nuovi stimoli, nel tempo, non mi sono arrivati dagli spezzini doc, ma da comunità straniere residenti sul territorio. Da sempre affascinato da un “esotico altrove”, che mi vedeva bambino intento a sfogliare i libri di geografia, ho iniziato a tentare un approccio di curiosità – di fame di conoscenza – con persone di altri colori di pelle e di differenti tagli di occhi, le quali, con sorprendente e spontanea famigliarità e amicizia, mi hanno permesso di riscoprire e vedere la città dove sono nato con nuovi sguardi. Non ho mai accettato i giudizi preconfezionati né i luoghi comuni, ho sempre voluto, prima di partorire un pensiero o un’opinione, verificare di persona. Mi è sempre piaciuta l’avventura, e ho iniziato a viverla in quelli che fino a poco tempo prima erano spazi che mi incutevano soggezione e fughe, imparando a farli miei e ad amarli. Riporto due esempi a caso. Lavorando con il video mi sono accostato alla regia di videoclip. La cultura underground della musica hip-hop vuole scenografie urbane, da strada. Memore delle grandiose imprese dei nostri registi del cinema di genere italiano, che non avendo a disposizione grandi budget ma tanta fantasia, ho iniziato a sfruttare tutti quei luoghi che un tempo mi mettevano angoscia: periferie, sottopassi, vicoli, luoghi abbandonati, ferrovie, fabbriche, container, reinventandoli ed innamorandomi di loro stessi. Lavorando con la fotografia, mi è capitato di seguire concerti di musica classica in aristocratici teatri e palazzi dalle eleganti fattezze. Ho deciso di giocare, di divertirmi, di abbellire quelle semplici fotografie eseguite per lavoro, inserendovi chiariscuri, decori, misteriose architetture. Le location underground mi hanno poi ispirato storie noir, sia in serie di racconti che in cortometraggi; gli storici affascinanti palazzi sono diventati stimolo per andare a conoscere la storia della città, il perché degli stili architettonici, i nomi e le storie dei loro architetti, le trasformazioni urbane, i soggiorni eccellenti di personaggi storici passati nel Golfo, rintracciabili, oltre che sui libri, sulle targhe poste sulle facciate, che spesso mi hanno sorpreso, agli occhi dei passanti come uno scemo, a testa in sù. Dalle targhe ufficiali sono passato a leggere le scritte sui muri, sia di politica che d’amore, poi ad ascoltare le storie di chi non ha nessuno cui raccontarle, e ciò le ha rese sacre. Poi conferenze illustri e improvvisazioni rap in campetti da basket, rappresentazioni teatrali e racconti di senzatetto, funzioni religiose e imprecazioni di pregiudicati, concerti e pene d’amore di sconosciuti, fino al rumore del vento nelle strade, a notte fonda, quando non riesco a dormire. Tutto serve, tutto arricchisce. Tutto è diventato conseguenza di tutto, e il mio giocare lavorando, il mio scrivere, fotografare e riprendere, parlare con le persone e soprattutto ascoltarle, mi ha permesso di entrare in teatri, scuole, cinema, case vissute e abbandonate, sotterranei, parchi, fabbriche, discoteche, circoli, musei, chiese, biblioteche, e altri impensabili luoghi apparentemente insignificanti che, giorno dopo giorno, non fanno che arricchirmi sempre più. Non rimpiango di esser stato un bambino distratto e di aver inseguito la fantasia, perché mi ritrovo adesso, a vivere da adulto sempre affascinato ed innamorato, e a studiare ogni cosa che mi circonda, come fossi sempre a scuola, a partire dalla città che un tempo mi veniva a noia. Un giorno, durante un viaggio in Africa, precisamente in Burkina Faso, guardavo il cielo. Anche lì era azzurro, nonostante intorno a me tutto fosse diverso; azzurro come quello della città in cui sono nato. Allora, mi sono detto, se ovunque è uguale, la “casa” può esser ovunque. Se un giorno la mia casa sarà altrove non lo so, ma il mio background è indubbiamente, sebbene con molta inventiva, nato qui, in questa città portuale. Non è sempre vero che per stare meglio occorre andar via: si può viaggiare anche da fermi. Le risorse stanno dentro di sé, dentro tutti noi, basta solo intestardirsi per saperle scoprire. Grazie Massimiliano per avermi permesso di fare questo racconto, spero di stimolo per chi, come me un tempo, camminava col broncio, sempre insoddisfatto. E ben venga un gommista, la prossima volta potremmo rivederci in un anonimo cortile, o in bosco, o in supermercato; chissà che non sia di stimolo per nuove idee.”

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