Hemingway soggiorno alla Spezia

libroDi Francesco Tassara. Tra i celebri quarantanove racconti di Hemingway c’é anche quello che racconta di un soggiorno alla Spezia. Un tempo dalle parti di via del Torretto, sul pavimento, ne erano citati alcuni versi. Scrive l’autore: “Arrivammo alla Spezia e cercammo un posto per mangiare. Le strade erano larghe e le case alte e gialle.”
In queste pagine si racconta del “pranzo alla Spezia” in una trattoria che chissà qual era…

Una domenica di primavera, verso la metà degli anni ’20, Ernest Hemingway ventiseienne scendeva in macchina verso La Spezia in compagnia di un amico. Avevano una vecchia Ford coupé. Tra le montagne, mentre attraversavano a passo d’uomo la piazza di un paese, un giovane con una valigia si staccò da una piccola folla, venne verso l’automobile e chiese loro di portarlo alla Spezia.
“Abbiamo solo due posti e sono occupati”, disse Ernest.
“Monterò sul predellino”, disse il giovane. Introdusse un pacchetto attraverso il finestrino, strinse loro la mano, spiegò che per un fascista e uomo abituato a viaggiare come lui non era una gran cosa e, mentre due uomini legavano la sua valigia dietro alla macchina sopra le altre, saltò sul predellino sinistro dell’automobile tenendosi aggrappato con il braccio dentro il finestrino aperto. La folla agitò le braccia in segno di saluto. Egli rispose con la mano libera.
La strada seguiva il corso di un fiume. Al di là si alzavano i monti. Il sole scioglieva la brina sui prati. Il tempo era luminoso, ma faceva molto freddo e l’aria gelata passava attraverso il parabrezza aperto.
“Credi che stia bene lì fuori?” Guido, l’amico di Ernest, fissava la strada.
La vista, dalla sua parte, gli era impedita dall’ospite. Il giovane sporgeva dal lato della macchina come una figura scolpita sulla prora di una nave. Si era tirato sù il bavero del cappotto e abbassato il cappello fino agli orecchi; aveva il naso rosso nel vento.
“Ne avrà abbastanza”, disse Guido. “È dalla parte della gomma guasta”.
“Oh, ci lascerebbe sùbito se forassimo” disse Ernest. “Non vorrebbe impolverarsi il vestito da viaggio”.
“Bene, non me ne importa” disse. “Però, ha un modo di sporgersi alle curve…”
Dopo l’ultima salita sopra La Spezia e il mare, la strada scese con strette e ripide curve. L’ospite veniva spinto in fuori alle svolte e tirava quasi via la calotta dell’automobile.
“Non si può dirgli di non farlo” disse Ernest a Guido. “È il suo istinto di conservazione”.
“Il grande istinto degli Italiani”.
“Il più grande istinto degli Italiani”.
Vicino alla città la strada divenne pianeggiante. L’ospite ficcò la testa nel finestrino.
“Voglio fermarmi”.
“Ferma” disse Ernest a Guido.
Rallentarono, al lato della strada. Il giovane scese, andò dietro alla macchina e sciolse la valigia. Poi Ernest gli porse il suo pacchetto ed egli se lo mise in tasca.

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