Penso che un sogno così non ritorni mai più

sanremo-ariston00Sono contento per gli Stadio, soprattutto per come s’era messa.

Sono contento perché comunque rappresentano un mondo della canzone che arriva dalla gavetta, dall’esperienzaccia dei locali di seconda, terza e anche quarta categoria. Sono contento perché Gaetano Curreri – che oltre ad essere un vero artista che fa della modestia uno dei suoi punti di forza – è quello che ha scritto Chiedi chi erano i Beatles musicando magnificamente una poesia di Roberto Roversi, perché è sua quella meravigliosa intro di pianoforte che apre Albachiara di Vasco, sono contento perché gli Stadio hanno omaggiato Lucio Dalla con una splendida versione de La sera dei miracoli, e perché sono sicuro che un po’ di Lucio aleggiasse sul palco dell’Ariston mentre cantavano.

Sono contento perché basta mettere in fila i vincitori delle ultime 10 edizioni del Festival, se si esclude forse Vecchioni, per capire che c’è stato un segno di discontinuità. Non meglio, non peggio, anche se personalmente un’idea ce l’ho. Semplicemente di discontinuità.

Ma conosco troppo bene i meccanismi che regolano il Festivàl (con l’accento sulla a, come diceva Nunzio Filogamo) per non sapere che c’è una regia che a tratti assume connotati diabolici, tanto più diabolici perché non è mai incarnata da una sola persona, che mette in conto anche il colpo di scena di una sorpresa, il ritorno d’immagine della discontinuità.

Sto dicendo: sono contento per gli Stadio, ma non mi illudo neanche un attimo che questo sia segno che la musica (!) stia cambiando. Semplicemente, ogni tanto, si prende qualche esponente di un mondo musicale diverso, più o meno diverso, che sia consapevole o meno del ruolo che ha in commedia in quel momento, e lo si sbatte in testa alla classifica, vincente o piazzato, a fare la foglia di fico. E’ capitato più di una volta, negli anni passati, e continuerà ancora.

E dall’anno prossimo saremo di nuovo a contare i giochetti di corridoio a favore della fazione Amici, o di quella XFactor, le quote delle grandi major discografiche e le (ipotetiche, come le correnti gravitazionali, almeno fino a ieri…) quote indie, che diano uno spazio a quelle realtà di gente che lavora bene, sotto il livello del mare, e qualche volta riesce a regalare apparizioni inattese. Penso alla bella sorpresa dei primi due piazzati nella categoria dei giovani, Francesco Gabbani e la sua Amen, Chiara Dello Iacovo con Introverso. In ambedue i casi alle spalle ci sono dei pensatori e creatori di musica che conosco bene, e che stimo da anni. In ambedue i casi un lavoro onesto e una buona quantità di ispirazione hanno pagato. Speriamo ora che non si perdano nei manuali Cencelli delle quote per etichetta e nell’inseguimento del pubblico al ribasso, come spesso abbiamo visto succedere.

La musica popolare in Italia gode di salute precaria, e quindi è comunque positivo che per qualche giorno parlarne diventi fenomeno di massa e condiviso. Ma permettetemi di dirlo, visto che non lo dice nessuno. La musica italiana non è per fortuna (solo) quella di Sanremo. Ci sono decine di realtà indipendenti, figlie di esperienze musicali diverse, che a Sanremo non andranno mai, e che neanche avranno mai la fortuna di una esposizione mediatica pari a quel che probabilmente si meritano.

In una vita precedente, per quasi dieci anni, mi sono occupato, assieme ad un pugno di amici che conservo, di Sanremo Giovani. E so benissimo quante energie e quanti sogni vengono investiti su queste cinque serate. So anche quanti giovani dotati non passino il setaccio delle selezioni, e so anche che il lavoro delle giurie non è un lavoro facile, perché ti passano davanti decine, centinaia di proposte, di livelli diversissimi, dal sublime al ridicolo. Perché devi decidere ignorando amici, pressioni, considerazioni di opportunità.

Quindi mi guardo bene dal criticarne il loro lavoro a priori, ne’ voglio prendere la strada delle dietrologie. Ho sempre la sensazione che ci sia un po’ di copione e un po’ di regia, tra gli elementi che contribuiscono a scrivere la classifica finale, ma non penso comunque che sia questo il punto.

Non voglio neanche entrare nel merito dei vari Scanu e simili – che serve sparare sulla Croce Rossa? – e delle brutture da cover che in qualche caso ci sono state imposte. E neanche sul mistero italiano di una cantante strillatrice che diventa artista internazionale. Sappiamo che l’ascolto sanremese è spesso aprioristico, da fan club, e anche parecchio di bocca buona, ma anche questo sta nel conto, mi pare.

Risvegliandosi il giorno dopo dalla sbornia di classifiche e di critici improvvisati e non, ho solo voglia, dopo avere fatto i complimenti agli Stadio, di dire che musicalmente parlando il Festival di Sanremo è un brodino riscaldato e che passi oltre con la voglia di un bel piatto sostanzioso, pieno di sapori e di spezie. Che per fortuna, altrove o nel passato esistono ancora. Per tutta sincerità, più nel passato che nella produzione presente, ma questi sono i segni dei tempi.

Però il Festival l’ho seguito, nonostante fossi ben consapevole di quel che è: un carrozzone in cui la musica, quella vera, latita da decenni, ammesso che ci si sia mai affacciata, e in cui comunque le logiche sono molto spesso altre. L’ho seguito perché comunque trovo giusto, in accordo con Tommaso d’Aquino (Omnia probate, quod bonum est tenete) provare a rintracciare un guizzo di creatività anche lì. Anche perché è evidente che il Festival è una vetrina rivolta ad un pubblico preciso, non meglio o peggio, semplicemente con pretese meno complesse. Di cui, senza volere fare alcuna classifica di merito, non faccio parte. Ma l’ho seguito, in un certo senso, proprio per affermare la diversità mia e di milioni di amanti di una musica altra (stavo per dire vera, ma so bene che verrebbe usato questo aggettivo per ritorcermelo contro…). Perché in Italia chi canta fuori dal coro (mai metafora fu più calzante) viene fatto fuori con un paio di parole d’ordine che ormai hanno imparato a memoria tutti, e che rimandano ad un vago e confuso limbo dove devono essere confinati coloro che non si rassegnano all’appiattimento. Allora, se uno dice: “Sanremo non mi interessa, non lo guardo, non propone musica per me” viene killerato con una semplice parolina. Snob. E chiuso, a quell’accusa non si può ribattere nulla. Ci sono accuse che sono cassazione. Come buonista. Non c’è niente da fare, quando ti timbrano così, non puoi contrapporre argomenti. Sono etichette che vengono appiccicate a caso o a memoria, e ti privano del diritto di replica.

C’è una bella canzone di Francesco de Gregori, del 1976, che si intitola Festival, e che è dedicata alla morte di Luigi Tenco. E c’è un passaggio che mi sembra inevitabile ricordare.

Si ritrovarono dietro il palco,

con gli occhi sudati e le mani in tasca

Tutti dicevano io sono stato suo padre,

purché lo spettacolo non finisca…

 

Mi sembra descriva alla perfezione la logica del Festival, che è capace di ingoiare tutto, triturarlo ed omogeneizzarlo con tutto il resto. Perfino i grandi temi civili diventano nastrini colorati, che si indossano o no. Perfino la disabilità diventa commozione collettiva solo nel momento in cui è fenomeno mediatico. E va ancora bene che qualche sprazzo di umanità esca fuori in occasioni come queste. Ma la macchina, il grande Caterpillar è capace di triturare tutto e farne cemento per la propria autolegittimazione. Nulla spiazza il Festival, perché al Festival tutto diventa spettacolo. Perfino il picchetto degli operai che minacciano di bloccare la serata, come è accaduto anni fa. Perfino Cavallo pazzo che minaccia di buttarsi dalla balconata, salvo che è poco chiaro come sia riuscito ad arrivarci senza connivenze.

Perfino Tenco trovato morto in albergo con due colpi in testa, sparati a distanza di cinque minuti uno dall’altro.

Sanremo non si sgomenta. Si perpetua e si alimenta nelle sue stesse polemiche e nelle sue stesse evidenti incongruenze. E chi si chiama fuori è snob.

Allora ok.

A me Sanremo non interessa, ne’ tanto ne’ poco. Non mi aspetto nulla dal Festival, ed è un buon modo per farmi sorprendere dal poco che regala. La sua musica a tratti neanche mi pare musica, ma l’ho guardato. Tutto. Ed ho anche trovato dei piccolissimi lacerti di speranza, guarda un po’. E pure il piccolo brivido di vedere vincere la onesta canzone degli Stadio, che rimandano ad una onesta carriera a fianco di altri grandi artisti. Ma nient’altro.

L’ho guardato, nella speranza che saltasse fuori una sorpresa vera, un Rino Gaetano che canta Gianna, una Mimì che canta Almeno tu nell’universo, un Matia Bazar con Vacanze Romane. Per non dire, sarebbe pretendere troppo, un Luigi Tenco che canta Ciao Amore Ciao, o un Mimmo Modugno che canta Volare.

No, non credo che possa succedere ancora, di essere stupiti in quel modo.

Penso che un sogno così non ritorni mai più.

Non è successo, e allora l’ultima trincea – in queste cinque lunghe sere – è stata sperare che per lo meno vincesse una canzone dignitosa, emozionante, inaspettata, anche se ho il sospetto che anche l’inaspettato sia previsto, a Sanremo. E questo per fortuna è successo.

Io il Festival l’ho guardato tutto per guadagnarmi il diritto di dire che quel che abbiamo sentito in queste sere qualche volta è divertente, a tratti emozionante, episodicamente carino, ma nulla di più. Questo mi pare il lato più inquietante, al momento del computo. Che ci si deve accontentare del carino. Certo, lo sappiamo tutti, l’abbiamo sempre saputo, però è troppo facile etichettare come snob chi lo dice.

E intanto, mentre scrivo, ho messo sul piatto Stairway to heaven, e mi sto ricordando cosa intendo per musica, e con grande modestia mi sento di dire che intendo proprio tutta un’altra cosa.

Paolo Logli

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